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A Venezia in grand hotel

24 ottobre 2018 By Monica Nanetti

Cose belle che capitano per lavoro: passare una notte a Venezia in un hotel da sogno.

E non è solo un modo di dire. A quanto pare l’archeologia industriale mi ha sempre affascinata, ancor prima di conoscere questo termine, perché ricordo di essermi fermata parecchie volte da ragazza (molti, moltissimi anni fa) a guardare e fantasticare su quell’enorme edificio in mattoni rossi al di là dal canale, sulla Giudecca: un immenso rudere abbandonato e in disarmo, sinistro ma affascinante, su cui ancora si leggeva la scritta “Molino G.Stucky”. Che ci faceva un mulino nel cuore di Venezia, circondato dalle acque? Perché era così grande? Che cosa era successo per finire in un simile stato di abbandono? Com’era, dentro?

Tutte domande a cui ho potuto finalmente dare una risposta in questi due giorni.

All’inizio degli anni 2000, infatti, questo complesso è stato sottoposto a una pazzesca ristrutturazione (che meriterebbe una storia a parte, con tanto di incendio a interrompere i lavori) e nel 2007 è diventato un lussuosissimo hotel 5 stelle della catena Hilton. 

È qui che, per una fortunata occasione lavorativa, ho passato una notte, godendomi un ambiente da favola. I dettagli non ve li racconto, perché l’invidia è una brutta cosa… ma se volete saperne di più su questa storia e lustrarvi gli occhi con qualche immagine, trovate tutto sul loro sito.

Vista dalla finestra, prima parte

Comunque, in questa mia breve trasferta veneziana ho scoperto un paio di cose interessanti (oltre al fatto che il campeggio in sacco a pelo è sì bellissimo, ma anche un hotel 5 stelle e un motoscafo privato hanno il loro perché).

Vista dalla finestra, seconda parte

La prima ve la racconto disegnandovi la scena: tramonto, io avvolta in un accappatoio che mi preparo per la cena nella stanza in penombra, con una scenografica finestra affacciata sul canale e sui meravigliosi palazzi là in fondo, sull’altra riva. Mi distraggo un attimo per ravanare nella borsa e mettere in carica il telefono, poi riguardo dalla finestra e mi viene un colpo: la finestra si è oscurata e lì fuori, a pochi metri da me, è sbucata di colpo una gigantesca casa popolare. Per un attimo penso di essere diventata matta; invece no, stava semplicemente passando la nave da crociera “Queen Elisabeth”; e la mia finestra, al terzo piano del palazzo, era giusto all’altezza di uno dei ponti inferiori dell’imbarcazione.

Ora, io su questa cosa delle maxi navi che arrivano in piazza San Marco ero già contraria da un pezzo; ma certe foto che avevo visto erano talmente pazzesche che pensavo fossero in parte un effetto ottico, magari provocato – che so – dallo schiacciamento del teleobiettivo. Ora, invece, posso assicurarvi che dal vivo è anche peggio: un mostro completamente fuori scala (la nave è più alta del campanile di San Marco!) che occupa e invade un luogo di assoluta bellezza e armonia. Più ancora che un elefante in cristalleria, un mostro alieno catapultato da un altro pianeta. Capisco che i soldi sono soldi, ma una cosa del genere è una tale mancanza di rispetto per la natura della città, che davvero mi domando come possa essere accettata.

Seconda scoperta, la bellezza delle isole “minori”, dove non ero mai stata. Burano, in particolare, ha davvero qualcosa di magico, con quella sua atmosfera remota e le viuzze di case coloratissime. Un posto che, da solo, potrebbe essere “la grande attrazione” di un’intera regione, e che invece da noi è considerato come un “de cuius”, una piccola aggiunta carina a tutto quanto c’è da vedere. Mi è già capitato di dirlo in passato, ma credetemi: più giro il mondo, più mi convinco che il divario tra la media dei posti da visitare e quelli che si trovano in Italia è davvero stratosferico. Certo, ci sono luoghi meravigliosi anche altrove, e vale assolutamente la pena di conoscerli. Ma mi viene davvero il nervoso se penso che fino ad oggi non avevo mai visto – per esempio – Burano, a due ore di treno da casa; mentre in passato ho sprecato settimane viaggiando in posti la cui unica attrattiva derivava dall’essere a molte migliaia di km, e per il resto erano la morte civile (ve ne cito solo uno: il Caucaso. Se qualcuno vi propone una gita sul Monte Elbrus prima picchiatelo, poi scappate più alla svelta che potete).

E quello che è ancora più assurdo è che gli altri, invece, questa cosa l’hanno capita benissimo: tra i molti turisti che affollavano calli e campielli, non ho incontrato un solo italiano. Zero assoluto. Vero che non è stagione turistica e che era una giornata lavorativa, ma non mi pare proprio sufficiente come spiegazione. 

Da Venezia è tutto. Ora torno tra i comuni mortali: arrivo a Milano in carrozza “economy”, mi ficco in metropolitana e passo dal super a fare un po’ di spesa. Peccato, però: un po’ ci stavo prendendo gusto…

Filed Under: Storie Tagged With: Molino stucky, Venezia

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