Ultimo giorno di “vero” viaggio: una mattinata in giro per i punti di maggiore interesse di Mandalay. Trasportati da un taxi, ovviamente, dal momento che si conferma la nostra prima impressione: questa non è una città per pedoni, che infatti non esistono nel modo più assoluto. Ci si sposta in auto, in pulmino, in motocicletta, qualcuno (pochi) anche in bici, ma praticamente nessuno si azzarda ad avventurarsi tra marciapiedi inesistenti e pieni di buchi, stradoni impossibili da attraversare, sporcizia, distanze lunghissime, caldo asfissiante e smog che ti brucia in gola.
A mezzogiorno, dai finestrini dell’auto abbiamo contato quante persone a piedi vedevamo: su cinque lunghi isolati trafficatissimi, in pieno centro città, abbiamo individuato in totale 6 (sei) persone che camminavano. Il risultato è piuttosto alienante; e poi, anche se è brutto da dire, dopo giorni e giorni di viaggio in Birmania inizia a scattare in noi l’effetto “visto uno, visti tutti”: credo che potrei urlare all’idea di un’altra visita a piedi scalzi a una pagoda o a un tempio.
Domani Cristina e Giorgio partiranno per esplorare alcune località dei dintorni, che ci dicono essere invece molto belle. Io nel frattempo li ho salutati con parecchio dispiacere e sono tornata a Yangon, in tempo per una bellissima cena con mia figlia e con la sua amica e coinquilina; una serata di buon cibo e di racconti, che mi ha fatto sentire già “a casa”.
Tra poche ore si parte davvero, per rientrare a Milano. La valigia si è svuotata di cibo e si è riempita di una valanga di improbabili souvenir, tra cui un cappellone di bambù da lavoratore delle risaie che mi sta accompagnando con la sua ingombrante presenza fin dal Laos. Un acquisto di cui mi sono pentita fin dal primo minuto, ma che non ho il coraggio di abbandonare; spero che me lo sequestrino in dogana.
Arrivederci, Birmania!!