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SE CE L'HO FATTA IO

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Alla faccia delle vie d’acqua

5 luglio 2020 By Monica Nanetti

Secondo giorno di viaggio lungo la Via Francisca del Lucomagno: Varese-Besate;  i km percorso non li so, perché il mio stupido contachilometri da qualche tempo smette di funzionare appena è il momento di rendersi utile. Poi, appena porto la bici dal ciclista, riprende a fare il suo dovere senza neppure venire toccato da mano meccanica e si pianta nuovamente il mattino della partenza. Amen, al momento lo sto usando come orologio da parete, e in fin dei conti è pure gradevole non sapere a che velocità si va e quanta strada si è fatta: non è che importi molto, in realtà.

A spanne, posso dire comunque che è stata una tappa lunghetta: tra gli 80 e i 90 km, direi. Ma soprattutto è stata una tappa piena di cose e di scoperte (oltre che di caldo, ma se te ne vai in giro a luglio non è che puoi pretendere).

La prima è che anche dopo Varese le salite ci sono: non tantissime, ma abbastanza da farti scendere di sella e spingere le tue carabattole per un bel pezzetto.

Altra camminata con bici a mano ci è toccata poco prima di Castiglione Olona: non so se abbiamo sbagliato noi seguendo il percorso per camminatori, o se invece il tracciato è proprio così: sta di fatto che ci siamo trovate su un sentiero in  robusta discesa in mezzo al bosco, molto sterrato e molto sconnesso, reso ancor più dissestato dalle violentissime piogge di ieri (quando noi eravamo in pasticceria, per intenderci). Praticamente una specie di downhill a cui né io né Consuelo siamo adatte.

Niente di male, comunque: perché poi siamo arrivate a Castiglione Olona ed è iniziata la solita litania del “quanto siamo sceme a ignorare i gioielli che abbiamo a due passi da casa”. Già, perché questo paesino, definito da D’Annunzio “l’isola di Toscana in Lombardia” è una piccola sorprendente meraviglia: un borgo quattrocentesco costruito secondo i canoni delle città ideali del Rinascimento e perfettamente conservato. Fateci un salto, quando vi capita, perché ne vale davvero la pena.

Come pure è stata una sorpresa la lunga e pressoché perfetta pista ciclabile che scende lungo la valle dell’Olona (da noi ribattezzata “la strada delle lepri” per l’esagerata quantità di leprotti che, soprattutto nell’ultimo tratto, ti attraversano freneticamente la strada. Il percorso è ricavato da una vecchia sede ferroviaria, i cui binari sono ogni tanto ancora visibili in mezzo al terriccio del fondo stradale o al bordo della ciclovia, semi sommersi dai rovi. Il che crea un po’ di atmosfera “stand by me”, sottolineata anche dai tanti ruderi di enormi fabbriche abbandonate – un po’ sinistre e molto affascinanti, a mio parere – che si susseguono sulle rive del fiume.

Qui c’è anche il Monastero di Torba, di proprietà del FAI e patrimonio Unesco, parte di un intero parco archeologico (quello di Castelseprio), che però non abbiamo visitato. Un po’ perché in questo periodo è necessaria la prenotazione, un po’ perché quando ce ne siamo rese conto eravamo già andate avanti di qualche km, un po’ perché è bene crearsi qualche scusa per ritornare da queste parti alla prima occasione.

In compenso però abbiamo fatto una veloce pausa relax all’Approdo Calimali, una specie di parco in mezzo al verde con tavoloni, stagni didattici, un bar-ristoro (ahimè chiuso al momento) e un piacevole angolino dove pucciare i piedi a mollo nel fiume.

A proposito di pucciare i piedi, a noi però è andata assai meno bene: perché verso Buscate, dove la strada sterrata piega verso sudovest per convergere alla fine sul naviglio grande, le piogge di ieri avevano lasciato pesantemente il segno. Prima qualche pozzanghera da dribblare; poi qualche pozza da aggirare tenendosi sul lato della strada; poi qualche tratto in cui entrare in velocità, incrociando le dita sperando di non doversi fermare in mezzo al guado; e alla fine un paio di allagamenti di acque fangose (alcune con improbabili e sinistri colori iridescenti) che non era pensabile di attraversare pedalando, dal momento che era evidente che l’acqua arrivava oltre la metà ruota. Evidentemente non c’era altro da fare che scendere e immergersi nel pantano, spingendo la bici e cercando di non pensare a quali orrende forme di vita potevano annidarsi lì sotto. Le buone notizie sono che la tenuta dei borsoni è impeccabile e che in un caldissimo pomeriggio di luglio avere i piedi bagnati rinfresca un po’ tutto. Ma per il resto, francamente, ne avrei fatto a meno.

La nostra rivincita ce la siamo presa, però: perché per la tappa finale del nostro mini-viaggio abbiamo deciso di trattarci bene e ci siamo fermate a dormire vicino a Besate, a Cascina Caremma.

Un posto che molti milanesi – ciclisti e non – già conoscono e che è una vera chicca. Una trentina di anni fa questa era la solita grande cascina semiabbandonata, in mezzo ai campi e alle risaie. Che – in un’epoca in cui l’agriturismo era un concetto sconosciuto e l’idea che la Pianura lombarda potesse essere una meta turistica faceva venire solo da ridere – è stata presa in mano da Gabriele e Chiara Corti, che nell’arco del tempo ne hanno fatto un vero gioiello. Un posto che conserva tutto il sapore “agricolo” di una vera cascina ma che dispone di deliziose camere per il pernottamento, di campi da tennis, di un percorso agroambientale, di uno strepitoso ristorante in cui si utilizzano per l’80% materie prime autoprodotte (dal riso, ai salumi, ai formaggi e alle farine) e di una bellissima spa all’interno del vecchio fienile, in cui progettiamo di trascorrere la nostra domenica mattina prima di metterci in moto per gli ultimi km della nostra Via Francisca e il rientro verso casa.

Credo che di questo posto avremo ancora occasione di parlare, perché – soprattutto per chi ama la bici – è un riferimento da tenere presente (e anche perché l’entusiasmo un po’ visionario di Gabriele è contagioso).

Per il momento, dalla strada è tutto. Ci sentiamo domani per gli ultimi racconti di questa mini-fuga: la prima di questo disastrato 2020.

Filed Under: In bici, Viaggi Tagged With: Via Francisca

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