Un viaggio a invito per “camminatori esperti, giornalisti, content creator, tour operator e fotografi”: non so bene a quale categoria appartengo ufficialmente, ma quel che è certo è che anche quest’anno ho avuto la fortuna di fare parte del progetto “Noi camminiamo in Sardegna”, organizzato dall’Assessorato Regionale del Turismo della Regione Sardegna con il patrocinio del Ministero del Turismo, in collaborazione con Terre di mezzo e Fa’ la cosa giusta!.
Come spiega il nome dell’evento, l’idea era quella di camminare. Meglio ancora, di avere un assaggio dei diversi cammini che attraversano la Sardegna tra paesaggi di ogni tipo, al di fuori dei normali circuiti e dei nomi più conosciuti. Dei 15 gruppi di camminatori, distribuiti sui percorsi dell’isola a esplorarne i tracciati, quello di cui ho fatto parte io non prevedeva in realtà un cammino propriamente detto, ma una località di pellegrinaggio: località che, per sua stessa natura, si trova sempre al centro di una fitta rete di itinerari tradizionalmente frequentati dai fedeli. È così che mi sono ritrovata a Borutta, in provincia di Sassari e nell’antica regione storico-geografica del Meilogu: una destinazione ben nota a livello regionale, ma per me del tutto inedita. Torto mio, tanto per cambiare. Perché questo angolo dell’interno dell’isola,
sorprendentemente verde, cela un bel po’ di sorprese, a cui si accede camminando attraverso stradine e sentieri sassosi che attraversano un paesaggio movimentato di colline.
Come in ogni viaggio che si rispetti ci sono stati però degli imprevisti: in questo caso, una pioggia a dirotto in quella che avrebbe dovuto essere la giornata clou del nostro cammino. Ma gli organizzatori – capitanati da un intraprendente sindaco – non si sono fatti prendere alla sprovvista.

Hanno rivoluzionato l’intero programma di “Noi camminiamo in Sardegna” innestando una corposa sezione denominata in via informale “Noi mangiamo in Sardegna” (accolta con entusiasmo dal mio piccolo, allegro e godereccio gruppetto), e sono comunque riusciti ugualmente a farci esplorare le bellezze di questo territorio.
Confesso che ero venuta qui con una certa diffidenza: da persona non credente, temevo che un luogo di pellegrinaggio fosse meno interessante per me e orientato quasi unicamente all’aspetto religioso. La realtà è diversa, e decisamente più ampia: perché accanto ai temi strettamente legati alla fede, quello che fa da filo conduttore di questi posti – almeno per come li ho percepiti io – è un concetto di spiritualità diffusa, di un’energia che va oltre all’innegabile bellezza dei luoghi e che ti fa risuonare corde più profonde.
Certo, il fatto di dormire all’interno di un monastero benedettino, accanto a una basilica del dodicesimo secolo (la splendida San Pietro di Sorres, in stile romanico pisano), incrociando i monaci nei loro andirivieni e nelle loro preghiere, cenando nel refettorio della foresteria, sono tutti elementi che ti fanno entrare in un atmosfera di tipo religioso. Anche se poi ci si rende conto che le cose sono assai più composite, più coinvolgenti e meno stereotipate di come le si possono immaginare dall’esterno.
A partire dal priore, Padre Luigi, guida spirituale della piccola comunità e figura imponente tanto dal punto di vista intellettuale (attento, acuto, informatissimo e aggiornato su tutto il possibile) quanto da quello fisico (guardate la foto e ditemi se non è esattamente come vi immaginate un padre priore).
Negli anni più recenti, il piccolo gruppo di monaci che abita e lavora nel monastero si stava sempre più assottigliando, tanto da mettere a rischio la sopravvivenza stessa della comunità che, da quanto ho capito, deve essere composta da un minimo di 12 religiosi. E allora cosa si è pensato di fare? Grazie a contatti e collegamenti, si sono invitati monaci benedettini da altre parti del mondo; il risultato è che nel cuore della Sardegna c’è ora un monastero abitato in buona parte da monaci vietnamiti, che stanno ancora lottando con l’apprendimento dell’italiano (e posso capirli, poveretti), ma che per il resto si sono ambientati alla perfezione e hanno pure aggiunto un tocco di oriente alle consuetudini che scandiscono da sempre la vita della comunità. E posso assicurarvi che assistere alla celebrazione delle Lodi all’interno dell’antica basilica, mentre fuori scende il tramonto, ascoltando melodie vietnamite che si alternano ai canti italiani, è un momento forse un po’ straniante, ma sicuramente toccante.

Altrettanto sorprendente, anche se decisamente più prosaico, è il momento della cena: se venite qui, scordatevi ascetiche minestrine o porzioncine di verdure bollite: a San Pietro di Sorres mangiare, almeno per gli “esterni” ospiti della foresteria, è una cosa seria, e quello che viene servito in tavola è una rassegna di tipici piatti sardi da fare invidia a ristoranti blasonati; e lo è anche il bere, visto che qui si produce anche una memorabile birra “d’abbazia”. Se poi si ha la fortuna – come è stato il nostro caso – di ritrovarsi in un’occasione di festeggiamento, ci si può ritrovare con un sorprendente “doppio menu” sardo-vietnamita che ti fa davvero capire come gli incontri tra persone, culture, tradizioni siano una sicura fonte di meraviglie.
Come al solito, mi sono dilungata fin troppo; appuntamento quindi al prossimo post per il racconto del resto dell’esperienza a Borutta e dintorni. Intanto, se state pensando a un luogo dove passare qualche giorno di pace, meditazione e serenità, fate tesoro di questo nome: la foresteria è aperta tutto l’anno.
