Le esperienze di “Noi camminiamo in Sardegna”, il cui racconto ho iniziato ieri, non si sono affatto esaurite nel monastero di San Pietro in Sorres. L’intera destinazione – che comprende il paese di Borutta e una vasta area circostante – ha molto altro da offrire, girovagando a piedi lungo sentieri sassosi e tranquille stradine asfaltate, attraversando una campagna corrugata da ciò che resta di antichissimi vulcani. Esperienze che, pur essendo molto diverse tra loro, per quanto mi riguarda hanno in comune un elemento di spiritualità: la capacità di parlare non soltanto ai tuoi occhi e la tua testa, ma di far risuonare corde più profonde e istintive.
È quello che succede quando ci si trova a visitare la grotta Sa Rocca Ulari, raggiungibile con una breve camminata dal paese; visita che può essere fatta solo in determinati periodi dell’anno e solo se accompagnati da una guida specializzata. Il motivo è che in questa grande cavità, che si inoltra per varie centinaia di metri all’interno della montagna, risiede un vero e proprio condominio di pipistrelli.
Ce ne sono cinque specie diverse (alcune delle quali piuttosto rare), per un totale di svariate migliaia di esemplari che si riparano, dormono, svernano e si riproducono in questo ambiente dalle condizioni ottimali – per loro, beninteso – di temperatura, umidità e luce; intendendo, sotto quest’ultimo aspetto, che c’è un buio pesto, un nero assoluto come può esserci solo nel profondo di una lunga grotta. Ora, mentirei se dicessi che uno dei miei sogni è sempre stato quello di mettermi in testa un caschetto e una lampada frontale e di inoltrarmi in un antro oscuro fittamente popolato da esseri svolazzanti e squittenti che ti sfiorano da ogni parte; diciamo che, a freddo, lo considererei più simile a un incubo o quantomeno a un film di Indiana Jones. E invece, superata l’iniziale resistenza e incoraggiata con vigore dalla nostra bravissima guida Gisella, una volta entrata nella “bat-caverna” la fifa e la repulsione hanno lasciato il posto alla meraviglia, al fascino primordiale di trovarsi nelle viscere della terra, a una sensazione di appartenenza e alla consapevolezza che i “padroni di casa” non avevano nulla di ostile o di aggressivo. In breve, un’esperienza forte, emozionante e decisamente rara. (clicca qui per una full immersion nel mondo dei chirotteri)
Di tutt’altro genere, ma altrettanto evocativa e coinvolgente è la visita a un’altra gloria di questo territorio: il Nuraghe di Santu Antine, nei pressi di Torralba, considerato (“non ce ne voglia Barumini”, dicono da queste parti) uno degli edifici più importanti dell’intero Mediterraneo occidentale. Una costruzione enorme composta da sale, cortili interni, corridoi coperti, spiazzi attrezzati, realizzata con enormi massi secondo perfette regole di eleganza e simmetria. Una struttura monumentale la cui età non si misura in secoli, ma in millenni, dal momento che è stimata intorno al XV secolo a.C. e che è arrivata fino a noi svelandoci solo in minima parte la vita di quelle lontanissime civiltà. E anche in questo caso addentrarsi per i lunghi corridoi, accarezzare le possenti pietre scure, salire le lunghe scale che portano ai piani superiori, immaginare le storie che si sono succedute in quegli ambienti è un esercizio che non coinvolge solo la testa, ma anche lo spirito.
Di cose da raccontare ce ne sarebbero ancora moltissime: agriturismi remoti immersi nel verde, dove i cavalli girano liberi e il formaggio si prepara giorno per giorno a mano, secondo i metodi antichi (ci ho provato anch’io, ma fortunatamente mi hanno assicurato che quella forma è stata ritirata dalla circolazione). 
Villaggi disabitati ma non per questo abbandonati, tutt’altro: il piccolo e bellissimo borgo di Rebeccu, dove oggi non abita più nessuno, ha riconvertito le sue case in alloggi per viandanti e organizza ogni anno un popolarissimo festival dal titolo “Musa Madre”.
Lo stesso paese di Borutta, dove il sindaco combatte lo spopolamento ristrutturando alloggi nel centro storico per attrarre nuovi abitanti e dove nel 1946 fu eletta la prima sindaca d’Italia, Ninetta Bartoli, che rimase in carica la bellezza di 12 anni.
Ma non è il caso di continuare questo elenco: veniteci, quando avete tempo, che ve la godete di più. (Per inciso, ci sarebbe molto da dire sulle straordinarie donne sarde, spesso capaci di conquistarsi ruoli di primo piano nei più diversi ambiti e di ricoprirli con competenza e autorevolezza).
Insomma, come ogni volta la Sardegna riesce sempre a stupirmi, per il fatto di essere un mondo così ricco, affascinante e diverso dai miei ambienti abituali, a sole poche ore dalla porta di casa. A ulteriore conferma di tutto questo c’è stato il “gran finale” previsto dagli organizzatori dell’evento (*): i 15 gruppi che avevano camminato in luoghi differenti dell’isola si sono riuniti a Galtellì, in provincia di Nuoro: il paese dove Grazia Deledda ambientò il suo “Canne al vento” e che oggi è uno splendido, curatissimo ed elegante borgo circondato da panorami bellissimi.
Per poi proseguire, il giorno seguente, alla volta della spettacolare Cala Gonone e, con un breve passaggio in barca, alla grotta del Bue Marino. Che non vi sto neanche a spiegare, perché tanto non riuscirei a rendere che una parte infinitesima della meraviglia del posto.
Mi limito a dire che mi sono sentita davvero scema a non esserci mai stata prima e che, una volta di più, mi sono domandata quante cose straordinarie dell’Italia non conosciamo, pur avendole a portata di mano. Per quanto mi riguarda, ho ben chiare due cose: che il nostro Paese merita un’attenzione molto maggiore di quella che spesso gli dedichiamo; e che solo la lentezza permette di scoprire nel migliore dei modi questo patrimonio.
(*) L’evento “Noi camminiamo in Sardegna” 2024 è stato organizzato dall’Assessorato Regionale del Turismo della Regione Sardegna, con il patrocinio del Ministero del Turismo, in collaborazione con Terre di mezzo e Fa’ la cosa giusta!.
